Episodio 2 - Ok Boomer

Cosa divide - e cosa unisce - i Boomer e la Gen Z?

E soprattutto: è davvero impossibile capirsi?

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Di cosa parla l'episodio?

Il boomer dice che i giovani non hanno voglia di lavorare.
La Gen Z risponde che si ritrova un pianeta a pezzi e contratti a tempo.
Chi ha davvero rovinato tutto?
In un mondo dove cinque generazioni convivono (e si scontrano) sul posto di lavoro, capire l’altro è già metà dell’opera.
Con il coach e formatore Tony Tarantini proviamo a superare i pregiudizi e a trasformare il conflitto in una jam session generazionale.

L'ospite

Tony Tarantini è docente, formatore e business coach con quasi 30 anni di esperienza internazionale. Esperto di leadership, team e cultura organizzativa, ha lavorato con aziende globali e insegna in istituti come ESCP Paris e UM6P Morocco. Con un approccio umano e multidisciplinare, aiuta persone e organizzazioni a generare cambiamenti profondi e duraturi.

Intro
Ciao, sono Alice Oliveri e oggi abbiamo parlato con le persone di differenze generazionali.

Contenuti Esterni
Direi lastling, cioè che tipo riuscire a fare qualsiasi cosa, non so, mettersi in gioco in qualsiasi lavoro, anche se non lo sai fare e anzi c'è questa cosa anche un po' comica di dire che sai fare tutto quando magari non è vero e però ti metti sempre in gioco perché ogni cosa potrebbe essere opportunità anche di guadagnare un po' di soldi, quindi siamo un po' più, credo, flessibili e più capaci di fare cose diverse insomma.

Il mio lavoro me lo creo ogni giorno, non c'è proprio un lavoro definito, ho creato una realtà dentro la quale poi immaginiamo progetti o creiamo società, quindi diciamo sì, assolutamente mi piace perché mi rispecchia.

La nostra generazione ha voglia di lavorare, solo che che purtroppo non abbiamo i mezzi per farlo.
Veniamo sottopagati, siamo sfruttati e e quindi ehm automaticamente c'è non è la voglia, è più che altro un po' la frustrazione
verso il futuro, quindi verso i giovani.

Forse quello che abbiamo un po' di più è una strutturazione mentale data dal fatto di essere entrati nel digitale, ma aver conosciuto anche il mondo precedente, quindi avere la possibilità, insomma, di bilanciare le due entità, mentre giustamente chi c'è nato, quindi Digital Native, da quel momento in poi conoscono un mondo che è radicalmente cambiato e che, come dicevamo prima, nel bene e nel male è proprio differente rispetto a prima e quindi, come dire, sono un po' più monodimensionali, no? Cioè, non hanno il confronto con come si potevano fare le cose prima dell'old digital.

Alice
In ufficio il boomer si lamenta che i giovani non hanno voglia di lavorare, mentre i gen accusano i baby boomer di aver distrutto il mercato del lavoro e il pianeta in cui abitiamo. È sempre colpa dell'altra generazione? Come possiamo fare per capirci? Oggi ne parliamo con chi l'evoluzione del mondo del lavoro l'ha vista da vicino.
Tony Tarantini è formatore, professore in scuole di business e coach esecutivo. Conosce da vicino le dinamiche tra generazioni in azienda e oggi ci aiuterà a capire se il divario è davvero così profondo o se possiamo colmarlo. Quindi, benvenuto Tony.

Tony
Grazie Alice, è davvero un piacere essere qui con te oggi. Quando ho iniziato io c'erano solo due generazioni, no? Senior e Junior. Adesso invece dobbiamo parlare di boomer e di multigenerazione.

Alice
Ecco, infatti io vorrei partire proprio da questo argomento, cioè che nelle aziende oggi si possono trovare contemporaneamente fino a cinque generazioni diverse, quindi diciamo potenzialmente una grande ricchezza che però può anche creare delle incomprensioni.
Quindi volevo chiedere proprio a te che ti occupi di questo, quali sono i principali confronti che noti tra le generazioni in azienda?

Tony
Sì, è un momento unico, in verità, credo che non ci siano mai state cinque generazioni e posso dire cinque generazioni così diverse in azienda come oggi.
Io credo che le differenze possono essere classificate fondamentalmente in tre categorie.
La prima è il rapporto con la tecnologia, la seconda il tema, diciamo, è la concezione della carriera e della stabilità lavorativa. Il terzo è chiaramente lo stile di comunicazione.
Siamo passati da noi tradionalist  boomer, se vuoi che vediamo la tecnologia come strumento da usare quando serve.
E invece la Genz che è nata digital, che è nata social, che è nata con le app, vede la tecnologia come come qualcosa di quotidiano, come qualcosa di sempre presente nella loro vita.
Per quanto riguarda invece la parte della carriera e della stabilità, beh, noi siamo la generazione della della stabilità, dello status, del riconoscimento, del lavorare sempre nella stessa azienda per qualche decina d' anni. Oggi Invece la Gen Z, per fortuna, devo dire, ha cominciato a cercare in maniera sempre più insistente, in maniera sempre più decisa, il concetto di scopo e significato, no? Senza adeguarsi ai nostri schemi e devo dire per fortuna creando una disruption di livello interessante, no, anche da un punto di vista filosofico del perché si lavora e del come si lavora e l'altro lo stile di comunicazione, dicevamo, no? Perché chiaramente noi siamo più la generazione, se vuoi, delle telefonate, dei meet in face to face e se vuoi anche del dell'incontro fisico, no? Da un punto di vista proprio dell'interazione umana.
Mentre la nuova generazione le nuove generazioni sono sempre di più legate a video brevi, no? I famosi reels, a un'interazione intermediata dagli strumenti virtuali, da internet, eccetera.
Questo a volte può creare dei misunderstanding, delle incomprensioni e proprio una differente sincronicità nei tempi di interazione.
Qual è il bello? Scusa, nessuno ha torto, nessuno ha ragione. Io credo che sia importante capire che ognuno ha un linguaggio diverso.

Alice
Sì, certo. In questi discorsi secondo me poi si tende un po' anche a a dimenticarsi che c'è anche la generazione dei millennial in mezzo che poi forse è anche la più sfortunata in tutto ciò.
Ma comunque esiste secondo te una generazione che ha più responsabilità delle altre?

Tony
Guarda, come responsabilità in senso lato, non credo che ce ne sia una più responsabile dell'altra.
Come dicevi tu, i millennial sono la transizione. non sono la generazione di mezzo che si trova a dover parlare, a dover gestire questa interazione.
Per fortuna cominciamo ad avere una prima generazione di amministratori delegati e di prime linee, parlo a livello azienda, che sono millennial, quindi hanno vissuto, se vuoi, la generazione dei dinosauri, che hanno avuto come hanno avuto noi come responsabili, come gestori e si trovano invece a gestire delle generazioni molto diverse.
In merito alla responsabilità, Alice, onestamente io credo che comunque ogni generazione ha dovuto adeguarsi al contesto culturale e credo che è anche responsabilità di ogni generazione capire l'altra, no?
Credo che sia veramente la base per la creazione di un'alleanza e non di una competizione che secondo me non può giovare a nessuno.

Alice
Ecco, io volevo parlare con te di due concetti che si usano in sociologia, cioè si dice che nel secondo dopoguerra il mondo del lavoro era SPOD, cioè standardizzato, prevedibile, ottimizzato e competitivo.
Poi è diventato VUCA, cioè volatile, incerto, complesso e ambiguo.
Oggi invece, dopo alcuni grandi eventi planetari degli ultimi anni si dice che sia diventato BANI, cioè fragile, ansioso, non lineare e incomprensibile. Come hanno reagito le diverse generazioni a questo cambiamento?

Tony
Belli gli acronimi, io li adoro! Spod, Vuca, bani sono veramente tre acronimi che codificano questa transizione, no, da un mondo stabile, prevedibile a un mondo caotico, se vuoi, passando attraverso questo mondo polarico.
Sai, noi boomer siamo nati in un mondo squad, no? Entri in azienda, fai carriera e ti ritiri con la pensione, no?
Nel frattempo accumuli ricchezza, la tua ricchezza si apprezza.
Se vuoi riuscivi anche in qualche modo a comprarti la casa al mare, per quelli più fortunati è anche la casa in montagna e cresceva anche la dimensione della casa.
La GenX in qualche modo ha cominciato SPOD, ha avuto comunque una gestione SPOD da parte dei Suoi capi, ma è entrata pesantemente nel VUCA e ha cominciato a vivere questo concetto di resilienza, no? 
Ha cominciato a dover affrontare cambiamenti continui, si è cominciato a parlare di volatilità, quindi cambiamenti sempre più frequenti, no?
Tendenzialmente anche a livello corporativo, a livello aziendale, hanno dovuto trasformare un'azienda che inizialmente era solo perform in un'azienda che potesse conciliare le due componenti, perform e transform.
Mi scuso per l'inglesismo, ma credo che sia il modo migliore più sintetico per definire questo tipo di transizione sotto molti aspetti, no?
Quindi sono dovuti diventare bravi. velocemente nella gestione del cambiamento.
La generazione Z a quel punto invece essendo nativa del caos, quindi di una volatilità amplificata, hanno dovuto per forza di cose sviluppare tutta una serie di riflessi di chi vive nel cambiamento continuo e quindi se vuoi, se il prima la prima categoria per sintetizzare ha visto l'incertezza come un fenomeno nuovo che stava arrivando, beh, le ultime generazioni stanno vivendo l'incertezza come loro condizione di vita regolare.

Alice
Si dice che, appunto, i i boomer siano più abituati alla stabilità e faticano ad adattarsi ai cambiamenti, però riescono anche ad avere una visione di futuro, mentre i giovani sono più flessibili, più reattivi, ma sono sotto uno stress molto forte e quindi si lamentano delle situazioni, per esempio, che portano al cosiddetto burnout, no? Quindi, cioè da un lato la solidità del posto fisso e dall'altro invece la liquidità del freelancing. Secondo te si può uscire da questa dicotomia?

Tony
Sì, fino a quando la si vede come una dicotomia è chiaro che se ne esce molto, no?
Perché si ha una visione, direi, più conflittuale che cooperativa, lasciami dire.
I boomer hanno e abbiamo, mi metto in mezzo, questa capacità di vedere che i cicli passano e ogni tanto ci sono una serie di pattern che si ripetono.
Per quanto riguarda invece i millennials e le generazioni successive, devo dire che sono entrati in una logica, se vuoi, più veloce, no? Perché se noi abbiamo avuto il tempo di adattarci, beh, oggi non c'è più. Quindi la velocità e la la un'accelerazione continua deve far parte del pacchetto.
E più che dicotomia, a questo punto io direi che l'unica cosa è cercare di conciliare esperienza e innovazione, no?
Si tratta di collaborazione strategica, non di tolleranza o di minimizzazione dei danni, quindi credo che sia molto importante imparare a conversare. Veramente, un modo per arricchirsi entrambi, un modo per approfittare entrambi di cose che, come dire, possono essere messe sul tavolo e possono garantirci un futuro migliore.

Alice
Oltre a questi consigli che sono anche, diciamo, si possono applicare anche al di fuori del dell'ambiente di lavoro, ci sono invece delle strategie che le le aziende, i lavoratori possono mettere in pratica per per capirsi meglio?

Tony
Primo, ci sono degli strumenti chiaramente che devono facilitare questo dialogo intergenerazionale, quindi da un lato se vuoi imparare bene a comunicare per permettere a questi team che spesso si trovano separati non solo da un computer, ma si possono trovare separati da distanze enormi o spesso anche da orari, no? Infatti si parla sempre del del lavoro asincrono, no? Quindi non di presenza contemporanea e quindi questa capacità di mettere insieme dei project manager senior che portano l'esperienza del project management eccetera insieme a per esempio risorse junior che possono portare soluzioni tecnologiche o innovative o le possibilità che vengono offerte continuamente da questi strumenti che si aggiornano senza tregua, no? Senza senza pausa, tipo che so strumenti di interazione remoto piuttosto che strumenti di intelligenza artificiale eccetera.
Visto che il futuro è così ignoto e non è prevedibile, nel senso che non ha quasi nulla a che vedere col nostro passato. La capacità di usare la sperimentazione per creare quei dati e quelle informazioni che ci servono per farne una previsione migliore, è fondamentale.
E non si può uscire da, come dire, dalla dicotomia vecchio nuovo se non si esce dalla dicotomia giusto o sbagliato, no? Quindi cominciare a riconsiderare l'errore non come una differenza rispetto alla soluzione ideale, come una distanza rispetto alla soluzione ideale, ma l'errore come fonte di generazione di quei dati che ti servono a prendere delle decisioni migliori.

Alice
No, ma infatti hai citato il concetto dell'errore, ecco, però volevo chiederti qual è secondo te, appunto, l'errore più grande che i manager fanno nel gestire le nuove generazioni?
E invece se ci sono dei casi virtuosi che vuoi citarmi in cui i manager hanno saputo invece usare le diverse generazioni al meglio.

Tony
Ti cito solo due veloci casi che io ho visto a livello internazionale.
Uno è Spotify, la famosa piattaforma musicale dove sviluppatori junior e senior lavorano fianco a fianco e permettono che i giovani propongano soluzioni tecnologiche molto audaci e questi giovani non vengono frenati da "Ah, ma non abbiamo mai fatto, ma o come si è sempre fatto.\"
E l'altra che viene da una realtà invece più antica, perché Spotify è abbastanza recente e fornisce servizi diciamo che fino a 10 anni fa non ai quali non pensavamo neanche, insomma, io sono dell'epoca dei CD in macchina, ce ne ho ancora, confesso. Procter & Gamble ha implementato quello si chiama reverse mentoring, no?
Dove i dipendenti più giovani formano i dirigenti senior sulle tecnologie, mentre i dirigenti senior di fatto fanno da allievi e cercano di capire come le nuove tecnologie possono abilitare nuovi comportamenti e vecchi problemi possono essere risolti con nuove soluzioni.

Alice
Interessante anche perché l'argomento Spotify lo trattiamo anche in un altro nostro episodio, sempre a proposito di miti da sfatare.
Vorrei con te adesso fare un piccolo gioco, diciamo, cioè tu ti occupi di miti tossici della cultura aziendale e vorrei elencarne qualcuno con te e capire insieme come reagiscono le diverse generazioni.
Quindi, per esempio, il mito del il multitasking aumenta la produttività.

Tony
Eh, questo è questo è il più duro a morire, devo dire, perché non è un mito della mia generazione, è un mito più fresco, se vuoi. No, la scienza riconosce che il multitasking non solo riduce la produttività del 40%, ma il multitasking è la seconda o terza fonte di burnout, perché i giovani, essendo cresciuti in un mondo che vedeva 10 applicazioni aperte contemporaneamente, uno switch continuo da un social a un'applicazione a un altro, hanno confuso il task switching veloce con l'efficienza vera.
Non dimentichiamo che la produzione di qualità dipende molto invece dalla capacità di quello che si chiama deep focus o deep work, no?
Il cervello umano non è fatto per il multitasking e multi tasking vuol dire una quantità infinita di switch continui ed è quello che ci fa sentire poi il pomeriggio, la sera totalmente totalmente stanchi o ci fa iniziare già le giornate molto molto stanchi e ci sono alcune aziende che hanno creato proprio delle no distraction room o le deep work room all'interno delle quali non c'è neanche il Wi-Fi in cui le persone possono andare concentrarsi e rimanere concentrate per un lungo periodo e sono questi i momenti, non a caso in cui vengono prodotti deliverable e i risultati di maggiore qualità.

Alice
Guarda, da Millennial freelance Sento molto questo tema, quindi mi riconosco nelle cose che hai detto.
Invece il secondo mito è il conflitto è negativo.

Tony
Questo invece è un mito che abbiamo portato noi della mia generazione, no? In cui sai nelle organizamento, in cui non si discute col capo, era il mondo dell'esecuzione efficiente, era il mondo in cui l'esperienza contava più di tutto e il mondo in cui conflitto come parola assumeva e assume, E ancora oggi, visto che siamo noi, la mia generazione a capo delle aziende, assume un una connotazione estremamente negativa e una connotazione di qualcosa da evitare a tutti i costi perché conflitto è qualcosa che rompe le relazioni e non crea l'armonia.
Mentre giustamente io credo che le nuove generazioni hanno portato questa capacità di dire "why not", questa capacità di rimettere in discussione, questa capacità e volontà spesso di voler proporre una loro opinione, anche se non è, come dire argomentata sufficientemente o non ha questa freschezza della dell'audacia, la freschezza della novità, la freschezza della proposizione. Il conflitto è il momento in cui ci si conosce meglio e le relazioni umane possono essere consolidate è fondamentale.
È chiaro però che non bisogna confondere tra conflitto personale e conflitto sulle idee. E qui spesso in azienda non c'è una cultura del conflitto costruttivo perché si trasforma.
Non dimentichiamo che siamo anche molto mediterranei, molto latini. Anche dal tuo accento capisco che anche tu non sei molto molto scandinavo.

Alice
Insomma, io sono di Bolzano, diciamo.

Tony
Io sono di origine salentina, quindi puoi capire che per me il conflitto è sempre personale, no? E quindi invece no, questo switch è fondamentale perché il conflitto diventa costruttivo.

Alice
E invece l'ultimo mito, cioè se non sei stressato non stai lavorando abbastanza.

Tony
Eh, questo è il mito killer per me per eccellenza, perché tutte le statistiche, tutte le ricerche hanno visto che l'overwork, il sovraccarico di lavoro è la principale fonte di Bornout.
Sai, io vengo da una generazione in cui chi arriva e va via per ultimo vuol dire che è più bravo e il più committed, il più il più responsabile, quello che vuole più bene all'azienda ed è quello che per l'azienda non ha problemi a sacrificare la propria vita personale, la propria vita familiare, i propri interessi, eccetera eccetera.
I giovani, per fortuna, da un lato hanno capito che lo stress cronico uccide la creatività e come dicevamo, nel mondo BANI, la creatività è fondamentale perché noi siamo nel mondo della creatività, nel mondo dell'innovazione, nel mondo se vuoi euristico. Mentre noi che eravamo nel mondo algoritmico, nel mondo della ripetizione, nel mondo della perfezione, nel mondo se vuoi della produzione di taglio più quantitativo.
Beh, allora vedevamo la quantità come un modo per vincere la competizione.
Oggi lavorare tanto è importante, sì, ma è altrettanto importante recuperare, ricaricare e si è visto che l'energia umana è una. Noi non siamo delle stampanti, non siamo dei fax, non siamo delle macchine a produzione regolare, ma siamo delle macchine, tra virgolette, che producono bene se sono ricaricate, se sono motivate, se sono mentalmente da un punto di vista proprio dell'energia mentale nella buona condizione, quindi con poche distrazioni, con poche interruzioni e se da un punto di vista emotivo siamo in una condizione emotiva sufficientemente positiva e adeguata alla produttività.

Alice
Grazie mille Tony, faremo veramente tesoro dei tuoi consigli e grazie di essere stato con noi per questa puntata di Change My mind.

Tony
Grazie. Vorrei chiudere veramente con una metafora, se posso.
Credo che sia importante capire che le generazioni non sono delle fazioni in conflitto tipo Guelfi e Ghibellini o Bianchi e Neri eccetera. Le cinque generazioni direi sono una combo jazz in cui ogni generazione può essere vista come un solista con un suo timbro, un suo tempio ed una sua storia musicale.
I senior possono suonare come un sax baritono, profondi, lenti, pieni di memoria.
I millennial sono la tromba chiara, brillante, voglia di emergere, chiarezza, brillantezza.
La Gen Z che cos'è? La batteria che spezza il tempo e ci costringe a cambiare ritmo e a ricominciare il nostro jazz.

Alice
Grazie Tony.

Tony
Grazie a te.

Alice
Abbiamo visto come le differenze generazionali nel lavoro siano reali, almeno anagraficamente, ma non per questo invalicabili, anzi possono essere una risorsa enorme.
L'esperienza e l'innovazione non devono escludersi a vicenda.
Il lavoro sta cambiando e sta a noi trovare un equilibrio.

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Ci sentiamo al prossimo episodio per vedere su quale tema proveremo a cambiare idee insieme. Change My mind è un podcast i fleep prodotto da Hypercast con Alice Valerio Oliveri. Direttore creativo Raffaele Costantino. Autore Federico Lai. Registrazione, editing, montaggio e musiche originali Maurizio Bilancioni. Project Manager Giulia Maccio.