Episodio 6 - Così lontani così vicini

La tecnologia ci connette o ci isola?

Siamo ancora capaci di relazioni autentiche?

Disponibile su
podcast change my mind: spotifypodcast change my mind: youtubepodcast change my mind: apple podcastpodcast change my mind: amazon music
Di cosa parla l'episodio?

Ci sentiamo sempre più connessi… eppure sempre più soli. La tecnologia ci unisce davvero o ci sta solo illudendo? Con il giornalista Daniele Zinni esploriamo social, meme, dating app e bot conversazionali per capire se la distanza oggi è solo fisica… o anche emotiva. Spoiler: siamo tutti buongiornisti di qualcun altro.

L'ospite

Daniele Zinni è un autore e giornalista che si occupa di comunicazione digitale e tecnologia, con uno sguardo molto personale sui social media.

Alice
Ciao, sono Alice Oliveri e oggi abbiamo chiesto alle persone se la tecnologia le fa sentire più connesse o isolate.

Contenuti esterni
In linea generale direi che la tecnologia, secondo me, ci allontana dagli altri.
Lo vedo anche nei rapporti interpersonali: se penso alle app di incontri, ma anche a Instagram o Facebook, ti proiettano nel creare un’immagine fittizia di te per soddisfare l’immaginario degli altri.

Penso che la tecnologia ci faccia incontrare se usata come strumento di connessione, ma in verità non è che ti avvicini più di tanto.

È uno strumento di incontro e di connessione a tutti i livelli, però poi si ferma un po’ là.
Per avvicinarsi davvero servono altri elementi che non siano solo tecnologici.

Istintivamente ti risponderei che la tecnologia allontana un po’ le persone, in quanto non c’è un’interazione fisica.
Da un altro punto di vista, invece, posso dire che in parte avvicina realtà altrimenti non avvicinabili, e quindi sono pro.

A mio avviso la tecnologia ci allontana sempre di più. Come quando si va a cena e vedi tavoli con famiglie in cui al bambino viene dato l’iPad o il telefono, e nel frattempo mamma e papà stanno uno su TikTok e uno su Instagram.

Chiaramente, usata come risorsa a livello lavorativo o artistico può essere utile. Però in generale, secondo me, tutto quello che ti toglie dal manuale, dall’analogico, ti fa perdere qualcosa a livello umano.Io ho vissuto tanti anni all’estero, quindi la tecnologia mi ha sicuramente aiutato a tenermi in contatto e a mantenere relazioni con le persone lontane, ma non a costruirne di importanti. Le relazioni importanti – e mi auguro che sia una percezione condivisa – si costruiscono faccia a faccia, vis-à-vis.

Mi è capitato di stare con persone che, durante cene o eventi familiari e amichevoli, si isolavano completamente.
Alcune volte lo vedo anche con mia mamma: quando facciamo viaggi in auto, a un certo punto inizia a guardarsi reel su Instagram e non solo si distacca, ma me li mette pure a tutto volume!Le relazioni più importanti che ho non provengono dai social o da strumenti tecnologici.
Però, certamente, per creare una rete di contatti professionali possono essere utili.

Anche dal punto di vista lavorativo ho creato legami virtuali che poi si sono concretizzati nella realtà.
Dal punto di vista affettivo, invece, diciamo che sì, potrebbe essere… ecco, potrebbe essere.
Certamente preferirei vivere in un mondo meno connesso e più autentico.
Connesso non vuol dire automaticamente meno autentico, secondo me. Vuol dire un tipo di autenticità diversa, che ti dà la possibilità di essere un nuovo tipo di autentico.
Ti permette di connetterti con altre persone per imparare qualcosa, ma questo non significa che siamo meno veri.Non riuscirei a vivere in un mondo non interconnesso.

Alice
Viviamo connessi ogni giorno, ma molti sostengono che siamo sempre più soli. Il progresso tecnologico ci unisce o ci isola davvero? Smartphone, social media, piattaforme digitali: mai nella storia siamo stati così connessi, eppure tanti si sentono sempre più isolati. La tecnologia è davvero la causa della nostra solitudine?Per parlarne abbiamo invitato Daniele Zinni: autore e giornalista che si occupa di comunicazione digitale e tecnologia, con uno sguardo molto personale sui social media.
Benvenuto Daniele.

Daniele
Grazie Alice, e un saluto a chi ci ascolta.

Alice
Allora Daniele, si parla tanto di isolamento da tecnologia. Secondo te è una critica sensata o un modo troppo semplicistico di affrontare il problema?

Daniele
È una realtà. Non è l’unica realtà. Sin dai tempi della scrittura, tutte le tecnologie per la comunicazione fanno due cose: da una parte riducono la necessità di interagire di persona con gli altri, e dall’altra rompono questo stesso isolamento, perché ci permettono di interagire a distanza non per necessità o per caso, ma per scelta.
Per esempio, oggi siamo a livello del visore, che ha un uso più solitario dello smartphone, che a sua volta aveva un uso più solitario del personal computer.
Eppure con questi strumenti possiamo passare la giornata a parlare con gli amici, a messaggiarci.
Le intelligenze artificiali conversazionali aggiungono un livello di ambiguità ulteriore, perché sono macchine ma si comportano come interlocutori.
Il problema è che, a differenza delle persone, si prendono tutto quello che gli rovesciamo addosso a qualunque ora, non si lamentano, non si annoiano, tendono a darci sempre ragione. Il rischio è che qualcuno inizi a pensare che, come tipo di servizio, questo sia migliore di un’amicizia.
Quindi ci sono pro e contro.
Valutarli è molto complesso perché ci vuole tempo per analizzare le conseguenze delle tecnologie, e nel frattempo quelle cambiano.
In più non hanno gli stessi effetti ovunque e su chiunque: ci sono luoghi che hanno anticorpi culturali per difendersi da certi effetti, e persone che hanno anticorpi psicologici. È una questione molto complessa.

Alice
Mi hai fatto tornare in mente – non so se ti ricordi – Doretta, il bot di MSN Messenger con cui si poteva chiacchierare. Non ci potevamo immaginare…

Daniele
Non era estremamente interessante.

Alice
Esatto, era più una presa in giro. Oggi invece abbiamo risposte molto più sensate e articolate.Volevo parlare con te di una cosa che tu studi e analizzi da tanto tempo: il meme. Un grande aggregatore che può unire persone lontane per geografia, età o idee politiche.
Però questo terreno comune è spesso solo apparente. Infatti, per paradosso, un meme più è universale meno ci dice su chi lo condivide davvero. Forse le persone che potrebbero davvero essere amiche tra loro sono proprio quelle che non capiscono i meme.

Daniele
Da utente, da osservatore e da mematore io stesso direi che i meme aggregano in modi diversi a seconda dei canali su cui circolano.Il medium è il meme, per parafrasare McLuhan in questo campo.
Nel senso che, intorno ai meme delle pagine Facebook o Instagram, o ai video-meme su TikTok, puoi avere aggregazioni istantanee, potenzialmente enormi ma altrettanto volatili: ti dai grandi pacche sulle spalle con altri commentatori, ma poi non li senti più.
Invece i meme delle stesse pagine che ricevi in DM, o che circolano nei gruppi WhatsApp con gli amici – per non parlare dei meme che nascono proprio all’interno delle chat private – quelli possono davvero cementare delle relazioni, perché si costruiscono su un discorso già avviato con quelle persone.
Condividere contenuti che non servono a disegnare il nostro profilo pubblico, ma ad alimentare una piccola cultura condivisa: quello è davvero coltivare un’amicizia.Per quanto riguarda le persone che non li capiscono, secondo me è difficile stabilire un collegamento.
Dipende da cosa non capiscono.
Ci sono, per esempio, i boomer che non capiscono la grammatica visiva del meme, cioè non sanno come leggerli.
Oppure non capiscono chi pronuncia le frasi riportate, o ancora non colgono il tipo di umorismo.
Altri non capiscono la battuta perché – come si dice – non conoscono la lore, cioè manca loro il contesto.

Alice
Sì, infatti è complesso anche tra persone vicine d’età. Noi trentenni già abbiamo spesso difficoltà a capire i meme dei ventenni o degli adolescenti. Il cambiamento è molto, molto veloce.
Invece, a proposito di isolamento sociale: i social vengono spesso accusati di crearlo.
C’è il rischio di perdere contatto con la realtà, pensare di parlare a un vasto pubblico mentre in realtà stiamo pubblicando i nostri solipsismi.
Quanto è responsabilità delle piattaforme e quanto invece dipende da come le usiamo, secondo te?

Daniele
Le piattaforme non sono costruite per creare isolamento, sono costruite per trattenere gli utenti il più a lungo possibile al loro interno.
Nel momento in cui sono molto efficaci, le persone ci passano così tanto tempo da rinunciare – in alcuni casi o in aggregato – alla socialità.Questo non vuol dire che le piattaforme non abbiano delle responsabilità.
Io credo che, a livello collettivo, il minimo che potremmo pretendere da loro sia la trasparenza: trasparenza su come funzionano gli algoritmi, sui risultati delle loro ricerche interne – che loro conducono continuamente ma non sempre diffondono.
Dovremmo chiedere politicamente apertura alle ricerche di università e studiosi indipendenti, che al momento è quasi impossibile.
E dovremmo pretendere anche un impegno concreto da parte dei social per contrastare fenomeni che contribuiscono all’isolamento, come il bullismo o i discorsi d’odio. Invece, ultimamente, si è visto un po’ un arretramento su questo versante.
Non sono fenomeni facili da individuare, certo, ma a volte vengono proprio lasciati accadere senza ostacoli.

Alice
Parlando degli aspetti positivi della tecnologia: si dice che abbia permesso anche nuove forme di supporto emotivo e psicologico.
Come si bilanciano, secondo te, benefici e rischi?

Daniele
Anche qui, secondo me, serve vigilanza. Non solo individuale e collettiva, ma su tre livelli.
Il primo è quello professionale: in Italia, in particolare, psicologi e psicoterapeuti hanno un ordine professionale che li riunisce. Oggi è vero che ci sono piattaforme di psicoterapia a distanza e sicuramente rappresentano un valore e una possibilità in più, per esempio per chi vive in luoghi isolati dove non ci sono servizi psicologici…

Alice
…o strutture, professionisti, servizi.

Daniele
Esatto.
Questo accende una spia anche sul settore pubblico, che quei servizi dovrebbe garantirli.
Ma è utile anche per persone che hanno difficoltà a spostarsi fisicamente da casa.
Il problema è che queste piattaforme restano intermediari e ragionano secondo logiche da piattaforma.
Quindi, senza mettere in dubbio la preparazione dei singoli terapeuti e il fatto che operino secondo deontologia professionale, l’incentivo della piattaforma è scalare, diventare sempre più grande, raccogliere sempre più utenti.
Questo significa potenzialmente trattare la terapia come un prodotto, cercando di indurre il bisogno anche dove non c’è.
Si rischia di passare dallo sdoganamento culturale – che è positivo, perché aiuta a capire che non ci si deve vergognare di andare in terapia – all’idea che qualunque minimo disagio o fase di crescita debba richiedere per forza una terapia.
Questo porta alla cosiddetta patologizzazione.
Inoltre – ed è un altro discorso – c’è sempre il rischio che gli algoritmi trattino i terapeuti come gig worker.
Se non sappiamo come funziona l’algoritmo che assegna i pazienti, non possiamo sapere se, ad esempio, non venga premiato il terapeuta che trattiene i pazienti per più sessioni, indipendentemente dal loro reale bisogno.

Alice
Sì, tipo, diciamo, i tempi di permanenza sulle piattaforme di streaming: praticamente lo stesso metro di misura.
E invece parliamo delle dating app, parte ormai integrante delle relazioni moderne.
Ti leggo qualche dato.
Secondo il Corriere della Sera, ad aprile 2024 i Millennial costituiscono il 61% degli utenti delle dating app, mentre la Gen Z si ferma al 26%.
Quindi sembra che la paura del rifiuto sia un fattore determinante per i più giovani.
È un segnale che ti sorprende o qualcosa sta cambiando nel modo in cui le nuove generazioni si relazionano o si proteggono?

Daniele
Magari hanno scoperto che sono d’accordo con me, che la migliore dating app di tutte in realtà è Instagram, eh!
Oppure no, sul serio: se davvero il problema è la paura del rifiuto, quella esiste anche dal vivo.
Potrebbe essere la spia di un problema più ampio, cioè l’incertezza iniziale delle relazioni che rientra nell’interiorizzazione delle dinamiche dei social network.

La paura del rifiuto è accettare solo like e non segnali di dissenso.
Quindi: se non ti sta bene quello che dico, non ne discutiamo, sei tu che devi passare oltre.
Il modo in cui mi comporto potrebbe essere tossico, ma è il mio modo di essere e lo devi rispettare, e così via.

Questo dato me ne fa venire in mente un altro di cui ogni tanto si parla – non so con quanta serietà, ma mi sembra ci siano studi con una buona reputazione – ed è quello secondo cui la Generazione Z è quella che fa meno sesso da quando esistono queste rilevazioni, spesso solo sesso virtuale.
Potrebbe essere una generazione che ha meno bisogno di dimostrare, perché il sesso è ormai ovunque.
Oppure, al contrario, l’onnipresenza del sesso produce pressioni enormi e quindi fa passare un po’ la voglia.
Insomma, i fattori possibili sono tanti.
Su di noi Millennial, in passato, sono state dette tantissime stupidaggini, quindi io manterrei il beneficio del dubbio. E sono molto curioso di sapere come la Gen Z racconterà se stessa nei prossimi anni.

Alice
E quella successiva, anche.

Daniele
Per non parlare di quella dopo.

Alice
Sì, alla fine questo esercizio di prospettiva cambia molto nel tempo.
Secondo te, c’è una forma di consapevolezza tecnologica, una sorta di alfabetizzazione di base dei social media, che dovremmo avere o sviluppare per difenderci?

Daniele
Prima dicevo quali sono, secondo me, alcune delle cose che andrebbero chieste collettivamente.
Però ci sono aspetti che nessuna legge dello Stato e nessun intervento tecnico da parte delle aziende potrà risolvere.I social media potrebbero scomparire domani, ma nessuno, solo per questo fatto, avrebbe in automatico una vita sociale soddisfacente.Quindi, a livello individuale, secondo me dobbiamo essere informati sui meccanismi dei social.
E tendenzialmente basta una googlata, basta cercare qualche libro: ce ne sono tanti e ottimi che descrivono bene questi meccanismi.

Però, per quanto riguarda davvero l’esperienza del singolo, dobbiamo stare molto attenti all’effetto che i social hanno specificamente su di noi: quanto tempo ci prendono, in quali momenti, che effetto hanno sul nostro umore, perché li ricerchiamo, come ci sentiamo quando proviamo a non usarli.

E di conseguenza, ognuno può trovare i metodi che funzionano meglio per lui o per lei per prendersi una pausa dai social media.
Magari accorgersi di quale parte della propria vita hanno sostituito, e quindi capire se c’è bisogno di ricostruire una socialità a partire da altro.
Secondo me il metodo fondamentale – che uso anche per me stesso – è avere sempre a disposizione cose più soddisfacenti che scrollare i social.
Cioè: distrarsi dalle distrazioni.

Se durante il lavoro i social diventano la cosa meno noiosa su cui finiamo per atterrare, dopo il lavoro magari potremmo organizzare le nostre giornate e le nostre app in modo da fare altre cose più soddisfacenti.

Alice

Tra l’altro, mentre parlavi, mi facevi venire in mente che ormai qualsiasi app – qualsiasi funzione della realtà – è un po’ social.
Per esempio: se cerco di comprare una casa, apro un’app immobiliare e scrollo tutto il giorno come se fosse Instagram.
Oppure con le app di vestiti… insomma, tutta l’esperienza con lo smartphone in mano è diventata uno scroll continuo, come se fosse sempre un social.

Daniele
Tutti i meccanismi che trattengono: lo scrolling infinito, le notifiche continue.
Bisogna anche sapere – per esempio, quando ci si mette a cercare casa – che può diventare una forma di compulsione, per cui ci ritorniamo in continuazione.
Darsi dei limiti è difficile, perché richiede una grande presenza a se stessi.Però per molti di noi sono anche necessarie: magari quelle app servono a mantenere dei contatti, e non a rovinarli.
Bisogna trovare un equilibrio.

Alice
Senti Daniele, adesso vorrei fare con te un gioco finale.
Ti faccio alcune domande secche e tu mi rispondi con una sola parola o con una frase breve.

Per esempio: mandare un meme a un’altra o a un altro… è un tradimento?

Daniele
Possibilissimo. Non un tradimento grave.

Alice
Ok. Senza i “buongiorno caffè” i social sarebbero più noiosi?

Daniele
Sì! Siamo tutti buongiornisti di qualcun altro.

Alice
È vero, sono molto d’accordo con questa tua risposta!
Invece: i social network creano legami o ci distraggono?

Daniele
10% creano legami, 90% distraggono. Dipende dal social.

Alice
Gruppi WhatsApp: sì o no? E se sì, qual è il numero massimo?

Daniele
Sì, assolutamente. Numero massimo: 4-5 amici dentro.

Alice
Ok. Vuoi attivare le notifiche push?

Daniele
Solo durante le ore di lavoro.

Alice
Dating app: più connessione o più disincanto?

Daniele
È la realizzazione del sogno di fare i tronisti.

Alice
Grazie mille Daniele per averci raccontato il mondo dei social e per averci dato queste informazioni preziose.

Daniele
Grazie a te e un saluto a tutti.

Alice
Oggi abbiamo visto che, a dispetto del nome, i social media possono diventare parecchio antisocial. Ma non necessariamente: tutto dipende da come li utilizziamo.
Più che rifiutarli, dovremmo imparare a usarli con equilibrio e consapevolezza, per creare connessioni autentiche.

Se vi è piaciuto questo podcast e volete scoprire qual è il prossimo tema su cui cambieremo idea, iscrivetevi, premete follow sulla vostra app di ascolto e attivate la campanellina per ricevere una notifica ogni volta che esce una nuova puntata.
Ci sentiamo al prossimo episodio, per vedere su quale tema proveremo a cambiare idea insieme.

Change My Mind è un podcast Flee, prodotto da Hypercast, con Alice Valerio Oliveri.
Direzione creativa: Raffaele Costantino.
Autore: Federico Lai.
Registrazione, editing, montaggio e musiche originali: Maurizio Bilancioni.
Project Manager: Giulia Macciocca.