Episodio 7 - Perfettini

Mostrarsi sempre al top serve davvero?

E se la vulnerabilità fosse una forza?

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Di cosa parla l'episodio?

Sembrare sempre sicuri brillanti, vincenti. È davvero questa la ricetta del successo? Con l’autore e podcaster Jonathan Zenti parliamo di vulnerabilità, lavoro, soft skills e maschere da togliere. Perché forse non serve essere perfetti. Basta essere autentici (e magari anche un po’ efficienti).

L'ospite

Jonathan Zenti è un audio e podcast designer con una lunga esperienza nel raccontare storie autentiche e profonde.

Alice
Ciao, sono Alice Oliveri e oggi abbiamo parlato della necessità di apparire sempre perfetti e di quanto tendiamo a nascondere le nostre debolezze con gli altri.

Contenuti esterni
Ho notato negli anni che la sincerità non è sempre apprezzata. Si tende a dover apparire sempre vincenti, di successo, con la soluzione sottomano.

Quando un tuo capo ti fa una domanda e tu rispondi “Non lo so”, questo dovrebbe essere premiato, perché significa che sei onesto e che ti documenterai sulla questione.

Invece ho capito che viene premiato molto di più rispondere con certezza, dire sì o no, dare una risposta – magari anche inventata o improvvisata – ma comunque dare una risposta.
E questo a volte porta un po’ le aziende fuori strada.Mostrare la propria vulnerabilità può essere un punto di forza: dipende dalla vulnerabilità stessa e soprattutto dall’altra persona, dal contesto.

Se sei in una situazione di superiore/inferiore, come con un datore di lavoro, può essere dannoso.
Può essere invece proficuo per se stessi, perché ci si sente liberi di comportarsi come si vuole.
Sul lavoro, purtroppo, mostrare la propria vulnerabilità non è sempre un punto di forza, perché viene premiato chi afferma, chi dà certezze, chi trasmette sicurezza.

Invece, secondo me, la vulnerabilità è uno spazio di esplorazione, di ricerca di nuove soluzioni, di apprendimento.
Chi non si mostra vulnerabile rischia di agire sempre un po’ con i paraocchi.

Io, sul lavoro, non ho mai finto sicurezza, né ne ho mai avuto bisogno, sia per etica personale che per competenza oggettiva.
A livello sociale, invece, mi è capitato di fingere, di ostentare maggiore sicurezza, per sembrare migliore di quello che magari in quel giorno specifico ero davvero.

In una relazione, soprattutto all’inizio, ti viene spontaneo mostrarti al meglio: sempre felice, sempre entusiasta di quello che si fa, compresi i pranzi con i parenti, con le suocere.
Ti sembra che sia la domenica più bella del mondo, quella passata a giocare con i nipoti. Poi, col tempo, cominci a mostrare davvero ciò che ti piace fare.
Il problema è quando uno continua a non farlo.

Alice
Viviamo in un mondo che premia l’immagine di successo e perfezione. Ma è davvero necessario apparire sempre al top per avere successo?
Oggi esploriamo il mito secondo cui, per avere successo, bisogna essere – o almeno sembrare – perfetti.
Ma è davvero così? O la vulnerabilità può essere una risorsa?Per aiutarci a capire meglio questo tema, abbiamo con noi Jonathan Zenti, audio e podcast designer con una lunga esperienza nel raccontare storie autentiche e profonde.
Benvenuto Jonathan.

Jonathan
Grazie Alice.

Alice
Allora, parliamo di perfezione. Nella tua esperienza, quanto è diffusa l’idea che per avere successo bisogna apparire sempre perfetti?

Jonathan
Beh, molto. Ma non è una novità.
L’idea che quello che mettiamo in scena di noi stessi sia strettamente legato alla carriera che possiamo fare – e molto banalmente anche al volume delle entrate economiche nelle nostre tasche – è un’idea antica.
Da sempre ci si mette, per esempio, il vestito della domenica: perché in chiesa si deve vedere qual è la scala sociale delle persone che entrano.
Quello che mettiamo in scena è sempre stato legato al nostro lavoro, alla nostra classe sociale, a quanto gli altri percepiscono che guadagniamo.
Sono cambiati, negli ultimi tempi, il ritmo con cui questa cosa succede e lo spazio che rimane per tutto quello che non è “mettersi in scena”.

Alice
Tu hai un podcast che si chiama Problemi, in cui racconti sia difficoltà quotidiane ed esistenziali che hai dovuto affrontare, sia quelle più piccole – che si tratti del parcheggio, della pandemia o della presentazione del tuo libro.
Come ti è venuta l’idea di parlarne? E soprattutto, come è stato accolto poi dal pubblico?

Jonathan
È stata una cosa casualmente un po’ strana. Io ho cominciato a pensarci nel 2018, poi l’ho fatto nel 2019. La prima puntata è uscita a novembre, mi sembra, del 2019.

La mia idea era che, in un momento in cui stava arrivando l’industria dei podcast anche in Italia – io avevo visto succedere quella cosa un paio di anni prima negli Stati Uniti – volevo raccontare un po’ le forme strane e bizzarre con cui le persone si mettono in scena quando vedono arrivare dei soldi.

Quindi volevo raccontare, usando me stesso come strumento e facendo anche un po’ di autonarrazione, quanto ridicoli a volte diventiamo nel cercare di fare soldi quando vediamo l’occasione, e quanto sottovalutiamo o combattiamo i nostri difetti che ci impedirebbero di raggiungere quel successo.

Poi è successo che, qualche mese dopo, è arrivato il lockdown.
Le persone si sono dovute fermare, rallentando la velocità e la forza di inerzia con cui stavano vivendo, e hanno dovuto fare i conti con ciò che stava accadendo.

È stato in quei mesi che il podcast ha cominciato ad avere molti ascolti, e le reazioni di chi ascoltava hanno creato una comunità di qualche migliaio di persone. Persone che condividevano anche le proprie vulnerabilità e si rendevano conto, guardando indietro, di quanto in alcuni momenti fossero state ridicole, o di quanto vivessero una vita che in realtà non riconoscevano più.

Alice
Quindi anche ascoltare i problemi degli altri diventa una sorta di terapia di gruppo, diciamo, per ridimensionare i propri?

Jonathan
E anche come spazio, come occasione per poter parlare dei propri.
Il fatto che qualcun altro ne parli – in modo naturale, senza trasformarlo in un’eccezione tragica – dà coraggio a dire:
“Anch’io non ce la faccio a fare certe cose.

Anch’io non ho sempre l’energia che dovrei avere.
Non sono sempre giusto in quello che faccio. A volte sbaglio, so di sbagliare, eppure lo faccio lo stesso.”
Diventa un’occasione per condividere, con se stessi e con gli altri, le cose che non vanno.

Alice
Volevo parlare con te delle cosiddette soft skills, quelle che in italiano chiamiamo abilità trasversali: empatia, adattabilità, gestione del tempo, capacità interpersonali. Sono sempre più importanti.

Secondo una ricerca di Harvard, Carnegie Foundation e Stanford, l’85% del successo lavorativo dipende dalle soft skills, mentre solo il 15% dalle competenze tecniche.
Quindi: quanto conta l’autenticità in questo contesto? Mi spiego meglio: si può fingere di essere perfetti, ma queste capacità sono più difficili da simulare. Cosa ne pensi?

Jonathan
Allora, può sembrare che stia per tirare acqua al mio mulino, perché io non ho un bel carattere – non sono una persona semplice con cui avere a che fare, per me stesso in primis – ma per me più le cosiddette soft skills vengono richieste, più sono sintomo di qualcosa che non funziona.

Più vengono invocate, più in realtà si sta cercando di tamponare una perdita altrove.
Per dirla banalmente: se in un ambiente di lavoro c’è bisogno che tutti siano sempre gentili, probabilmente è perché in quell’ambiente bisogna starci tanto.
E se ci devo stare tanto, almeno non voglio avere qualcuno che mi risponde male, mi tratta male o che ha un brutto carattere.Il problema è che, per natura, non è così. E non è così nemmeno per i pomodori.

Se prendi cinque piante di pomodori, avrai decine di pomodori diversi.Molto spesso, nelle organizzazioni, la presenza delle soft skills serve come antidolorifico a problemi di inefficienza.

Bisognerebbe invece andare a vedere dove intervenire, così che anche una persona con un brutto carattere possa essere inserita in un contesto in cui quel brutto carattere non diventa un problema per gli altri.Altrimenti, quella persona deve fingere di avere un bel carattere. E così facendo diventa automaticamente non autentica, perché non è se stessa.

Alice
Certo. E invece, parlando di giovani, che consiglio daresti a un ragazzo che si affaccia al mondo del lavoro e si sente sotto pressione proprio per apparire perfetto?

Jonathan
È molto difficile per me rispondere a questa domanda, perché io sono esattamente nel mezzo del cammin di nostra vita e quindi sto camminando per la selva oscura.

Non ho riferimenti, e non li ho per dire che la strada che sto percorrendo porterà davvero dove spero o dove vorrei mi portasse.
Dopo tutta l’inerzia giovanile e tutte le scelte fatte d’istinto – che, prendendo un colpo da una parte e una sberla dall’altra, mi hanno portato dove sono – nel momento in cui cominci a dire: “Proviamo a mettere insieme un passo dopo l’altro”, ancora non sai se quei passi costruiranno davvero il cammino che vorresti.

Quindi direi: se dovessi dare un suggerimento, se non hai condizioni di privilegio naturali o ereditate… di sposarti subito con qualcuno ricco.
Questo è il primo consiglio: metterlo proprio come priorità.

Il secondo – e qui è più un auspicio che un lascito – è provare a credere, contro tutte le sollecitazioni esterne, che un percorso fatto di piccoli passaggi ma con obiettivi di lungo termine sia ancora possibile.
Oggi tutto ci dice il contrario: ci dice che bisogna vincere in pochissimo tempo, incassare subito, essere veloci, sempre presenti, perché poi a un certo punto “finirà”.
Ma questa cosa non finisce mai, e da lì nasce un’ondata di frustrazione collettiva che si sta già manifestando.

Credo invece che costruire un percorso fatto di piccoli risultati, che creano un cambiamento nel tempo, sia ancora possibile. Quindi il consiglio è: provare a seguire quella strada.

Alice
Poi in realtà il consiglio che dai sulle soft skills è già un ottimo consiglio per chi comincia a entrare nel mondo del lavoro. Cioè riconoscere che, se in un colloquio vengono richieste certe cose, forse è perché mancano da un’altra parte.
Quindi chiedersi se si è davvero adatti per ricoprire quel ruolo.Senti, io vorrei chiudere con un gioco con te: ti chiederò di scegliere tra due opzioni. Se non riesci a sceglierne una, mi devi spiegare perché. Brevemente, ovviamente.

Jonathan
Cioè le posso sia scegliere tutte e due che rifiutare tutte e due?

Alice
No, me ne devi dire soltanto una. La difficoltà è questa.
Allora: tra autenticità e perfezione, cosa scegli?

Jonathan
Facile: autenticità.

Autenticità vuol dire risalire a quando un quadro è autentico. Vuol dire che puoi risalire a chi l’ha fatto.
Quindi, se tu riesci a condurre qualcosa a chi l’ha realizzata, per me quella è già perfezione. Non c’è bisogno di costruire un’altra perfezione oltre a quella.

Alice
Ok. E invece: vulnerabilità o invincibilità?

Jonathan
Vulnerabilità, purché non sia una scusa.
Cioè: vulnerabilità come condizione naturale.

Ma serve un’analisi costante e continua delle vulnerabilità.
Non è semplice, perché vuol dire archiviare e mettere via la permalosità, il vittimismo.

Ma questa analisi continua consente di essere – retoricamente almeno – invincibili: sapere sempre quali sono gli aspetti più deboli del proprio percorso, per andarli a fortificare e costruire qualcosa che poi stia in piedi.

Alice
Empatia o efficienza?

Jonathan
Vabbè, efficienza tutta la vita.
Preferisco stare poco tempo a fare una cosa per poi dedicarmi, nella mia vita privata, a ciò che mi fa stare bene. Piuttosto che dover gestire per inefficienza ore e ore di relazioni con gli altri, dover essere empatico e capirli.
Per me una persona può risolversi le sue cose in autonomia ed essere efficiente quando c’è da collaborare.

Alice
E invece: collaborazione o competizione?

Jonathan
Sicuramente collaborazione.
La competizione piace di più a chi ha una partenza facilitata, a chi parte già avanti nei blocchi di partenza.
Io non ho mai avuto nessun tipo di facilitazione o privilegio, e la cooperazione – più ancora che la collaborazione – mi ha sempre dato risultati migliori che non provare a competere uno contro tutti.

Alice
E infine: essere o apparire?

Jonathan
Essere, sicuramente. Nell’essere c’è anche l’apparire per quello che si è.
La cosa difficile è apparire come una forma che altri hanno deciso al posto tuo, e nella quale tu non ti riconosci.
Da lì nasce tanta frustrazione e tanto odio, che poi si scarica sugli altri.
Mentre, se lavori su quello che sei e sei sereno nell’apparire per quello che sei, non hai più bisogno di apparire come qualcos’altro.

Alice
Jonathan, io ti ringrazio tantissimo per i consigli che ci hai dato.

Jonathan
Grazie a te, Alice.

Alice
Raggiungere la perfezione può davvero essere solo un’illusione. La vulnerabilità, invece, può diventare un punto di forza, purché non diventi una scusa per non migliorarsi.
Mostrare chi siamo davvero – con le nostre imperfezioni – può avvicinarci agli altri e renderci più efficaci nel lavoro e nella vita.

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Ci sentiamo al prossimo episodio per vedere su quale tema proveremo a cambiare idea insieme.
Change My Mind è un podcast di Flee, prodotto da Hypercast, con Alice Valerio Oliveri.
Direzione creativa: Raffaele Costantino.
Autore: Federico Lai.
Registrazione, editing, montaggio e musiche originali: Maurizio Bilancioni.
Project Manager: Giulia Macciocca.