Episodio 8 - Competenze speciali
L’intelligenza emotiva è sopravvalutata?
Serve davvero per avere successo?

Di cosa parla l'episodio?
Abbiamo smesso di possedere CD, vinili, videocassette. Oggi tutto è streaming: più leggero, più comodo, più green? Ma siamo sicuri che la smaterializzazione dell’intrattenimento sia un bene per l’ambiente... e per le persone? Ne parliamo con il musicista, dj e promoter Emiliano Tortora.

L'ospite
Giulia Amaldolesi è un’esperta di sviluppo personale e organizzativo.
Alice
Ciao, sono Alice Oliveri e oggi abbiamo parlato con le persone di intelligenza emotiva.
Contenuti esterni
Non so cosa sia l’intelligenza emotiva, ma potrei averne sentito parlare.L’intelligenza emotiva, per me, è semplicemente la capacità di comprendere sia i tuoi stati d’animo e i tuoi comportamenti nei confronti degli altri, sia gli stati d’animo e i comportamenti degli altri nei tuoi confronti.
Direi che è la capacità di capire le proprie emozioni e anche quelle degli altri. Tipo quando riesci a gestire bene una situazione tesa o capisci al volo come sta una persona senza che quella persona dica nulla.
So cos’è l’intelligenza emotiva e so che è un tema molto discusso. Si ritiene che nella società attuale ci sia una carenza di intelligenza emotiva.
Non è solo roba da psicologi: serve tutti i giorni.
Penso che essere intelligenti emotivamente possa essere utile per alcuni lavori, non per tutti. Per esempio, se lavori con il pubblico, devi avere intelligenza emotiva, perché devi capire le persone con cui ti relazioni.
Se sei un topo da laboratorio che passa le giornate a fare biochimica e legami chimici, penso non ti serva troppo.
Secondo me, essere emotivamente intelligenti fa davvero la differenza nella vita: ti aiuta a non mandare tutto all’aria nei momenti di stress, a costruire relazioni sane, a capire quando è il caso di parlare e quando invece è meglio stare in silenzio.Le capacità relazionali sono importanti, ma anche la competenza. Probabilmente serve un mix di entrambe.
Mi è capitato di notare che persone meno competenti, ma più empatiche, facciano carriera. Ho visto più volte persone meno competenti tecnicamente, ma super empatiche e brave a stare con gli altri, fare carriera molto più in fretta.Io sono un po’ vecchio stile: per me la competenza sul lavoro è assolutamente indiscutibile.
Quanto però dipende dall’ambito. Anche la competenza nell’interazione col pubblico ha il suo peso. Puoi essere bravissimo, ma se non sai lavorare con gli altri o non ti fai capire – quindi non hai una comunicazione chiara ed efficace – rischi di restare indietro.
Alla fine serve un mix: capacità tecniche e capacità relazionali.Se sei competente ma non hai qualità relazionali, non vai da nessuna parte.
Alice
Si parla spesso di intelligenza emotiva come della competenza del futuro. Ma è davvero così essenziale o la stiamo sopravvalutando?
Negli ultimi anni sembra che essere empatici, consapevoli delle proprie emozioni e bravi a gestire quelle degli altri sia diventato fondamentale. Ma tutto questo focus sull’intelligenza emotiva è giustificato?
Per parlarne oggi abbiamo con noi Giulia Mandolesi, esperta di sviluppo personale e organizzativo.
Benvenuta Giulia.
Prima di tutto, volevo chiederti: cosa vuol dire essere una psicologa e una psicoterapeuta a orientamento integrato?
Giulia
Innanzitutto ciao Alice, grazie per avermi invitata.
Allora, significa fornire al paziente quello di cui ha bisogno. Mi spiego meglio: il mio è un approccio molto flessibile, che integra due dei più famosi orientamenti, quello di matrice dinamica e quello cognitivo-comportamentale. In base al bisogno che porta il paziente si decide quale strada utilizzare: si possono usare entrambe, una sola, oppure alternarle.
Questo all’interno del ciclo di vita, che è una teoria che tematizza il paziente nel momento storico che sta attraversando e nell’età evolutiva in cui si trova.
Quindi si tiene sempre conto del momento di vita in cui il problema emerge.
Alice
Ecco, oggi mi sembra che si dia molta importanza all’intelligenza emotiva. Ma è davvero una competenza fondamentale o è più, diciamo, una parola d’effetto?
Se sei d’accordo, secondo me va introdotto rapidamente che cos’è effettivamente l’intelligenza emotiva.
Giulia
Certo, sì.
È il modo che noi abbiamo di ragionare, intendere e gestire le nostre emozioni e quelle degli altri in modo efficace.E se pensiamo che effettivamente l’intelligenza emotiva è questo – cioè parte integrante del nostro modo di funzionare e di stare nel mondo – allora non è una parola d’effetto, ma un ponte significativo tra noi e gli altri.
Alice
Ok. E quindi ci sono dei rischi concreti nel non sviluppare questa intelligenza emotiva? Oppure degli effetti pratici della sua mancanza nella vita privata o nei rapporti con gli altri?
Giulia
Sì. Se l’intelligenza emotiva è il modo in cui riusciamo a capirci, intenderci e a comprendere l’altro, allora quando questo ponte si interrompe il rischio primario è quello di non saper strutturare relazioni autentiche.
In altre parole: so riconoscere i miei bisogni, so riconoscere quelli dell’altro, so stare nella reciprocità e capisco cosa l’altro attiva in me. Se questo non accade, il rischio – forse ancora più significativo – è l’isolamento.
La possibilità, cioè, di non avere contatto reale con l’altro.
Alice
Senti, a questo proposito volevo citarti uno studio del 2024 condotto dall’organizzazione Six Seconds, il Report State of the Heart.
Ha mostrato che la Generazione Z presenta livelli significativamente più bassi di intelligenza emotiva rispetto alle generazioni precedenti.Le otto competenze misurate – tra cui empatia, autoconsapevolezza e gestione dello stress – risultano tutte in calo.
Si parla di un vero e proprio deficit emotivo, che si riflette in livelli più alti di burnout e minore soddisfazione lavorativa.
Volevo chiederti, da esperta del campo: cosa sta succedendo? È un problema di contesto sociale, di mancanza di educazione emotiva, o è proprio un segnale di cambiamento generazionale?
Giulia
Sono d’accordo con te sull’ultima formulazione. Non credo che sia un problema della Gen Z in sé, ma del contesto in cui è immersa e dentro cui sta crescendo.
A differenza delle generazioni precedenti, questa ha accesso a tutto.
Ma il “tutto” risuona ed è tanto, a volte troppo.
Credo che questo “silenziare” – questo sentire meno – sia in qualche modo protettivo.
Perché oggi, nell’istruzione, non è prevista un’educazione emotiva. E allora come si insegna a qualcuno a gestire questo “tutto”, cioè tutta la mole di stimoli a cui è esposto?
C’è un’enorme quantità di cose sotto i nostri occhi, molto visibili ma poco condivise, e questo fa venire meno la connessione con sé stessi.
Quindi non è la Gen Z in sé, ma l’essere umano calato in questo contesto che tende a scollegarsi da sé, dal proprio sentire.
Alice
Chiaramente immagino che il telefono, lo smartphone, abbia un ruolo fondamentale in questa sovrabbondanza di stimoli. Secondo te, le proposte di ridimensionarne l’uso possono essere davvero efficaci?
Giulia
È proprio un bombardamento. Non è un caso che si stiano introducendo regole per regolamentare – almeno per i minori – l’accesso ai social.
Ma di fatto, l’assenza di una regolamentazione, questo “liberi tutti” sia in termini di ascolto sia in termini di condivisione di qualsiasi contenuto, incide molto ed è estremamente rischioso.
La domanda è: cosa me ne faccio di tutte queste informazioni? Come le elaboro, come le integro dentro di me?
Alice
Ecco, sul tema del lavoro e delle emozioni: si dice che portare le proprie emozioni sul luogo di lavoro possa essere considerato poco professionale. Come si trova un equilibrio sano?
Giulia
È un tema che mi viene riportato anche dai pazienti.
Capita, ad esempio, di avere un’esplosione di pianto davanti al capo: per la frustrazione di non aver finito un compito come si voleva, o per un collega prepotente.La chiave è arrivare con una buona dose di consapevolezza: sapere chi sono e cosa porto nel mondo è un elemento preventivo.
Questo evita di rimanere sorpresi dalle proprie stesse reazioni.
Se ci conosciamo, sappiamo già quali tematiche ci toccano, ci “triggerano”.Se torniamo al contesto lavorativo: il mio capo mi riprende perché non ho fatto bene il mio lavoro. Se so che tendo a compiacere, a iper-performare per sentirmi brava, competente e adatta, allora so che quel rimprovero tocca un punto sensibile.
Più che mettermi in discussione a livello professionale, dovrei riconoscere: “ok, è la mia difficoltà, è la mia area di vulnerabilità”.
Questo non significa che esploderò in lacrime. Anzi: diventa una prevenzione.
So chi sono, so dove sto andando e quindi riesco a gestire meglio l’intervento del capo.Non so se ti ho risposto.
Alice
Sì, sì, sì. No, chiarissimo.Mi viene in mente anche un’altra critica: che avere un’elevata intelligenza emotiva possa significare usarla in modo manipolativo. È davvero possibile? E come si distingue l’empatia autentica da una strategia sociale?
Giulia
Partiamo dal presupposto che l’intelligenza emotiva è la capacità di connettersi: comprendersi, mettersi nei panni dell’altro, intendere l’altro.
Per questo la possibilità che una persona con una buona intelligenza emotiva usi questa capacità in modo manipolativo è tendenzialmente bassa.
Detto ciò, può esserci la presenza – come accade in tante persone – di altre caratteristiche, o di comorbidità con patologie mentali, che invece prevedono la manipolazione.
In quel caso, l’intelligenza emotiva può diventare uno strumento per ottenere ciò che si vuole.Ma l’intelligenza emotiva in sé non è manipolativa. Può diventarlo se associata a determinate caratteristiche patologiche o personali.
Alice
E invece, sempre parlando di intelligenza emotiva: non significa solo essere sempre calmi, pacati, placidi.
Comprende anche la capacità di sapersi confrontare con forza, senza però cadere nell’aggressività?
Giulia
Assolutamente sì.
L’intelligenza emotiva non ha a che fare con le nostre attitudini caratteriali: sono due cose diverse.
È come dire: “Sono una persona intelligente, quindi non posso essere antipatico”. No, sono due aree completamente distinte.
Alice
Ecco, ma è una cosa che si può imparare?
Giulia
Sì. Ci possono essere training specifici, sicuramente la psicoterapia lavora anche su questo.
Anche corsi a livello educativo o sociale possono aiutare.
E soprattutto l’apprendimento non è vincolato all’età: come in qualsiasi altro ambito, i giovani sono più reattivi, ma è sicuramente qualcosa di migliorabile anche negli adulti.
Alice
Mh mh. Quindi non è mai troppo tardi per imparare l’intelligenza emotiva, anzi.Volevo fare un piccolo gioco finale con te: ti propongo degli scenari e ti chiedo come reagirebbe, secondo te, una persona con un alto tasso di intelligenza emotiva, ok?Per esempio: un’amica ti fa un’osservazione che ti ferisce, ma lo dice sorridendo. Come reagisce una persona con alta intelligenza emotiva?
Giulia
Potrebbe dire: “Guarda, probabilmente non me lo stai dicendo con un intento malevolo, però questa cosa mi ha ferito”.
Quindi, prima contengo, ti faccio capire che non sei sotto attacco, ma ti dico chiaramente che non sono stata bene rispetto a quello che hai detto.
Alice
E invece: durante una riunione un collega ti interrompe per l’ennesima volta?
Giulia
Simpatico!
Beh, si può dire: “È importante il tuo punto di vista, ma avrei piacere – se parlo in prima persona – di poter finire il mio intervento”.
Lo step è sempre quello di contenere la paura dell’altro.
La persona emotivamente intelligente, se vogliamo chiamarla così, tende a mettere in protezione l’altro.
Alice
E invece: ricevi un messaggio passivo-aggressivo da un familiare.
Giulia
Dietro quel messaggio magari c’è del dolore, del malessere.
Potrei rispondere: “Mi spiace. Se ti va, possiamo parlarne insieme”.
Alice
Secondo te, come si fa a non passare per passivo-aggressivi quando invece si vuole dare una risposta che dimostri intelligenza emotiva?
Giulia
Ma secondo me significa essere assertivi.
Avere intelligenza emotiva non vuol dire essere fessi, non vuol dire non dire quello che si pensa.
Anzi: significa dirlo facendo in modo che l’altro sia ben predisposto ad accoglierlo.
Perché l’altro sia predisposto, io devo mettermi nei suoi panni e non farlo sentire sotto attacco: devo dargli la possibilità di mettersi nella posizione di ascoltatore.
Tendenzialmente, quando si litiga, viene meno proprio questo: la voglia di sentire cosa l’altro ha da dire, soprattutto se la pensa in modo completamente diverso.Quindi l’intelligenza emotiva è creare un terreno fertile: puoi dirmi qualsiasi cosa, ma lo facciamo in uno spazio in cui possiamo davvero ascoltarci.
Alice
Grazie mille Giulia, consigli preziosissimi.
Giulia
Grazie a te, è stato davvero un piacere.
Alice
In questa puntata abbiamo visto che l’intelligenza emotiva non è una moda passeggera, ma una competenza importante che va coltivata con attenzione e consapevolezza.
Non è tutto, certo, ma ignorarla può significare perdere occasioni preziose di crescita personale e professionale.
Se vi è piaciuto questo podcast e volete scoprire qual è il prossimo tema su cui cambieremo idea, iscrivetevi, premete follow sulla vostra app di ascolto e attivate la campanellina per ricevere una notifica ogni volta che esce una nuova puntata.
Ci sentiamo al prossimo episodio, per vedere su quale tema proveremo a cambiare idea insieme.
Change My Mind è un podcast di Flee, prodotto da Hypercast, con Alice Valerio Oliveri.
Direzione creativa: Raffaele Costantino.
Autore: Federico Lai.
Registrazione, editing, montaggio e musiche originali: Maurizio Bilancioni.
Project Manager: Giulia Macciocca.
Ciao, sono Alice Oliveri e oggi abbiamo parlato con le persone di intelligenza emotiva.
Contenuti esterni
Non so cosa sia l’intelligenza emotiva, ma potrei averne sentito parlare.L’intelligenza emotiva, per me, è semplicemente la capacità di comprendere sia i tuoi stati d’animo e i tuoi comportamenti nei confronti degli altri, sia gli stati d’animo e i comportamenti degli altri nei tuoi confronti.
Direi che è la capacità di capire le proprie emozioni e anche quelle degli altri. Tipo quando riesci a gestire bene una situazione tesa o capisci al volo come sta una persona senza che quella persona dica nulla.
So cos’è l’intelligenza emotiva e so che è un tema molto discusso. Si ritiene che nella società attuale ci sia una carenza di intelligenza emotiva.
Non è solo roba da psicologi: serve tutti i giorni.
Penso che essere intelligenti emotivamente possa essere utile per alcuni lavori, non per tutti. Per esempio, se lavori con il pubblico, devi avere intelligenza emotiva, perché devi capire le persone con cui ti relazioni.
Se sei un topo da laboratorio che passa le giornate a fare biochimica e legami chimici, penso non ti serva troppo.
Secondo me, essere emotivamente intelligenti fa davvero la differenza nella vita: ti aiuta a non mandare tutto all’aria nei momenti di stress, a costruire relazioni sane, a capire quando è il caso di parlare e quando invece è meglio stare in silenzio.Le capacità relazionali sono importanti, ma anche la competenza. Probabilmente serve un mix di entrambe.
Mi è capitato di notare che persone meno competenti, ma più empatiche, facciano carriera. Ho visto più volte persone meno competenti tecnicamente, ma super empatiche e brave a stare con gli altri, fare carriera molto più in fretta.Io sono un po’ vecchio stile: per me la competenza sul lavoro è assolutamente indiscutibile.
Quanto però dipende dall’ambito. Anche la competenza nell’interazione col pubblico ha il suo peso. Puoi essere bravissimo, ma se non sai lavorare con gli altri o non ti fai capire – quindi non hai una comunicazione chiara ed efficace – rischi di restare indietro.
Alla fine serve un mix: capacità tecniche e capacità relazionali.Se sei competente ma non hai qualità relazionali, non vai da nessuna parte.
Alice
Si parla spesso di intelligenza emotiva come della competenza del futuro. Ma è davvero così essenziale o la stiamo sopravvalutando?
Negli ultimi anni sembra che essere empatici, consapevoli delle proprie emozioni e bravi a gestire quelle degli altri sia diventato fondamentale. Ma tutto questo focus sull’intelligenza emotiva è giustificato?
Per parlarne oggi abbiamo con noi Giulia Mandolesi, esperta di sviluppo personale e organizzativo.
Benvenuta Giulia.
Prima di tutto, volevo chiederti: cosa vuol dire essere una psicologa e una psicoterapeuta a orientamento integrato?
Giulia
Innanzitutto ciao Alice, grazie per avermi invitata.
Allora, significa fornire al paziente quello di cui ha bisogno. Mi spiego meglio: il mio è un approccio molto flessibile, che integra due dei più famosi orientamenti, quello di matrice dinamica e quello cognitivo-comportamentale. In base al bisogno che porta il paziente si decide quale strada utilizzare: si possono usare entrambe, una sola, oppure alternarle.
Questo all’interno del ciclo di vita, che è una teoria che tematizza il paziente nel momento storico che sta attraversando e nell’età evolutiva in cui si trova.
Quindi si tiene sempre conto del momento di vita in cui il problema emerge.
Alice
Ecco, oggi mi sembra che si dia molta importanza all’intelligenza emotiva. Ma è davvero una competenza fondamentale o è più, diciamo, una parola d’effetto?
Se sei d’accordo, secondo me va introdotto rapidamente che cos’è effettivamente l’intelligenza emotiva.
Giulia
Certo, sì.
È il modo che noi abbiamo di ragionare, intendere e gestire le nostre emozioni e quelle degli altri in modo efficace.E se pensiamo che effettivamente l’intelligenza emotiva è questo – cioè parte integrante del nostro modo di funzionare e di stare nel mondo – allora non è una parola d’effetto, ma un ponte significativo tra noi e gli altri.
Alice
Ok. E quindi ci sono dei rischi concreti nel non sviluppare questa intelligenza emotiva? Oppure degli effetti pratici della sua mancanza nella vita privata o nei rapporti con gli altri?
Giulia
Sì. Se l’intelligenza emotiva è il modo in cui riusciamo a capirci, intenderci e a comprendere l’altro, allora quando questo ponte si interrompe il rischio primario è quello di non saper strutturare relazioni autentiche.
In altre parole: so riconoscere i miei bisogni, so riconoscere quelli dell’altro, so stare nella reciprocità e capisco cosa l’altro attiva in me. Se questo non accade, il rischio – forse ancora più significativo – è l’isolamento.
La possibilità, cioè, di non avere contatto reale con l’altro.
Alice
Senti, a questo proposito volevo citarti uno studio del 2024 condotto dall’organizzazione Six Seconds, il Report State of the Heart.
Ha mostrato che la Generazione Z presenta livelli significativamente più bassi di intelligenza emotiva rispetto alle generazioni precedenti.Le otto competenze misurate – tra cui empatia, autoconsapevolezza e gestione dello stress – risultano tutte in calo.
Si parla di un vero e proprio deficit emotivo, che si riflette in livelli più alti di burnout e minore soddisfazione lavorativa.
Volevo chiederti, da esperta del campo: cosa sta succedendo? È un problema di contesto sociale, di mancanza di educazione emotiva, o è proprio un segnale di cambiamento generazionale?
Giulia
Sono d’accordo con te sull’ultima formulazione. Non credo che sia un problema della Gen Z in sé, ma del contesto in cui è immersa e dentro cui sta crescendo.
A differenza delle generazioni precedenti, questa ha accesso a tutto.
Ma il “tutto” risuona ed è tanto, a volte troppo.
Credo che questo “silenziare” – questo sentire meno – sia in qualche modo protettivo.
Perché oggi, nell’istruzione, non è prevista un’educazione emotiva. E allora come si insegna a qualcuno a gestire questo “tutto”, cioè tutta la mole di stimoli a cui è esposto?
C’è un’enorme quantità di cose sotto i nostri occhi, molto visibili ma poco condivise, e questo fa venire meno la connessione con sé stessi.
Quindi non è la Gen Z in sé, ma l’essere umano calato in questo contesto che tende a scollegarsi da sé, dal proprio sentire.
Alice
Chiaramente immagino che il telefono, lo smartphone, abbia un ruolo fondamentale in questa sovrabbondanza di stimoli. Secondo te, le proposte di ridimensionarne l’uso possono essere davvero efficaci?
Giulia
È proprio un bombardamento. Non è un caso che si stiano introducendo regole per regolamentare – almeno per i minori – l’accesso ai social.
Ma di fatto, l’assenza di una regolamentazione, questo “liberi tutti” sia in termini di ascolto sia in termini di condivisione di qualsiasi contenuto, incide molto ed è estremamente rischioso.
La domanda è: cosa me ne faccio di tutte queste informazioni? Come le elaboro, come le integro dentro di me?
Alice
Ecco, sul tema del lavoro e delle emozioni: si dice che portare le proprie emozioni sul luogo di lavoro possa essere considerato poco professionale. Come si trova un equilibrio sano?
Giulia
È un tema che mi viene riportato anche dai pazienti.
Capita, ad esempio, di avere un’esplosione di pianto davanti al capo: per la frustrazione di non aver finito un compito come si voleva, o per un collega prepotente.La chiave è arrivare con una buona dose di consapevolezza: sapere chi sono e cosa porto nel mondo è un elemento preventivo.
Questo evita di rimanere sorpresi dalle proprie stesse reazioni.
Se ci conosciamo, sappiamo già quali tematiche ci toccano, ci “triggerano”.Se torniamo al contesto lavorativo: il mio capo mi riprende perché non ho fatto bene il mio lavoro. Se so che tendo a compiacere, a iper-performare per sentirmi brava, competente e adatta, allora so che quel rimprovero tocca un punto sensibile.
Più che mettermi in discussione a livello professionale, dovrei riconoscere: “ok, è la mia difficoltà, è la mia area di vulnerabilità”.
Questo non significa che esploderò in lacrime. Anzi: diventa una prevenzione.
So chi sono, so dove sto andando e quindi riesco a gestire meglio l’intervento del capo.Non so se ti ho risposto.
Alice
Sì, sì, sì. No, chiarissimo.Mi viene in mente anche un’altra critica: che avere un’elevata intelligenza emotiva possa significare usarla in modo manipolativo. È davvero possibile? E come si distingue l’empatia autentica da una strategia sociale?
Giulia
Partiamo dal presupposto che l’intelligenza emotiva è la capacità di connettersi: comprendersi, mettersi nei panni dell’altro, intendere l’altro.
Per questo la possibilità che una persona con una buona intelligenza emotiva usi questa capacità in modo manipolativo è tendenzialmente bassa.
Detto ciò, può esserci la presenza – come accade in tante persone – di altre caratteristiche, o di comorbidità con patologie mentali, che invece prevedono la manipolazione.
In quel caso, l’intelligenza emotiva può diventare uno strumento per ottenere ciò che si vuole.Ma l’intelligenza emotiva in sé non è manipolativa. Può diventarlo se associata a determinate caratteristiche patologiche o personali.
Alice
E invece, sempre parlando di intelligenza emotiva: non significa solo essere sempre calmi, pacati, placidi.
Comprende anche la capacità di sapersi confrontare con forza, senza però cadere nell’aggressività?
Giulia
Assolutamente sì.
L’intelligenza emotiva non ha a che fare con le nostre attitudini caratteriali: sono due cose diverse.
È come dire: “Sono una persona intelligente, quindi non posso essere antipatico”. No, sono due aree completamente distinte.
Alice
Ecco, ma è una cosa che si può imparare?
Giulia
Sì. Ci possono essere training specifici, sicuramente la psicoterapia lavora anche su questo.
Anche corsi a livello educativo o sociale possono aiutare.
E soprattutto l’apprendimento non è vincolato all’età: come in qualsiasi altro ambito, i giovani sono più reattivi, ma è sicuramente qualcosa di migliorabile anche negli adulti.
Alice
Mh mh. Quindi non è mai troppo tardi per imparare l’intelligenza emotiva, anzi.Volevo fare un piccolo gioco finale con te: ti propongo degli scenari e ti chiedo come reagirebbe, secondo te, una persona con un alto tasso di intelligenza emotiva, ok?Per esempio: un’amica ti fa un’osservazione che ti ferisce, ma lo dice sorridendo. Come reagisce una persona con alta intelligenza emotiva?
Giulia
Potrebbe dire: “Guarda, probabilmente non me lo stai dicendo con un intento malevolo, però questa cosa mi ha ferito”.
Quindi, prima contengo, ti faccio capire che non sei sotto attacco, ma ti dico chiaramente che non sono stata bene rispetto a quello che hai detto.
Alice
E invece: durante una riunione un collega ti interrompe per l’ennesima volta?
Giulia
Simpatico!
Beh, si può dire: “È importante il tuo punto di vista, ma avrei piacere – se parlo in prima persona – di poter finire il mio intervento”.
Lo step è sempre quello di contenere la paura dell’altro.
La persona emotivamente intelligente, se vogliamo chiamarla così, tende a mettere in protezione l’altro.
Alice
E invece: ricevi un messaggio passivo-aggressivo da un familiare.
Giulia
Dietro quel messaggio magari c’è del dolore, del malessere.
Potrei rispondere: “Mi spiace. Se ti va, possiamo parlarne insieme”.
Alice
Secondo te, come si fa a non passare per passivo-aggressivi quando invece si vuole dare una risposta che dimostri intelligenza emotiva?
Giulia
Ma secondo me significa essere assertivi.
Avere intelligenza emotiva non vuol dire essere fessi, non vuol dire non dire quello che si pensa.
Anzi: significa dirlo facendo in modo che l’altro sia ben predisposto ad accoglierlo.
Perché l’altro sia predisposto, io devo mettermi nei suoi panni e non farlo sentire sotto attacco: devo dargli la possibilità di mettersi nella posizione di ascoltatore.
Tendenzialmente, quando si litiga, viene meno proprio questo: la voglia di sentire cosa l’altro ha da dire, soprattutto se la pensa in modo completamente diverso.Quindi l’intelligenza emotiva è creare un terreno fertile: puoi dirmi qualsiasi cosa, ma lo facciamo in uno spazio in cui possiamo davvero ascoltarci.
Alice
Grazie mille Giulia, consigli preziosissimi.
Giulia
Grazie a te, è stato davvero un piacere.
Alice
In questa puntata abbiamo visto che l’intelligenza emotiva non è una moda passeggera, ma una competenza importante che va coltivata con attenzione e consapevolezza.
Non è tutto, certo, ma ignorarla può significare perdere occasioni preziose di crescita personale e professionale.
Se vi è piaciuto questo podcast e volete scoprire qual è il prossimo tema su cui cambieremo idea, iscrivetevi, premete follow sulla vostra app di ascolto e attivate la campanellina per ricevere una notifica ogni volta che esce una nuova puntata.
Ci sentiamo al prossimo episodio, per vedere su quale tema proveremo a cambiare idea insieme.
Change My Mind è un podcast di Flee, prodotto da Hypercast, con Alice Valerio Oliveri.
Direzione creativa: Raffaele Costantino.
Autore: Federico Lai.
Registrazione, editing, montaggio e musiche originali: Maurizio Bilancioni.
Project Manager: Giulia Macciocca.